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Ci sono scrittori che a furia di girare mondi (che finiscono fatalmente per assomigliarsi), si ritrovano un giorno con una lingua tra le mani assai diversa di quella con cui avevano iniziato il viaggio. Succede. Anche i bagagli appaiono tutti uguali dopo l’ennesimo sbarco. Ci sono altri per i quali quella lingua di partenza costituisce l’unico elemento che non sono disposti a barattare, perché in qualsiasi latitudine si trovino, continua a segnare i tempi di un sentire sul quale un giorno piantarono bandiera, una patria che si portano caparbiamente dentro, dalla quale nessuno potrà mai cacciarli via. E’ successo a Gelman, a Cortàzar. Succede anche a Marcelo Caracoche. La sua “deplorevole” condizione di argentino, per dirla con una battuta di Borges, nella quale confluiscono tutte le condizioni della creazione, il suo universo sonoro, l’intero campionario del sentire di un’umanità che un giorno si mise in viaggio e si illuse di essere arrivata alla terra promessa.
Questo libro è, pressappoco questo, un viaggio all’interno di altri viaggi, che non troveranno mai fine. Tra “milongas” e “peringundines”, “cortes” e “quebradas”, lupanari e alberghi a cinque stelle, codici dell’onore e del disonore, i sentieri sottili come lame della passione e della morte. E quel selciato, poi, appena rischiarato dalla luce fioca di un lampione, sul quale lasciarsi portare, cullati dal respiro affannoso di un bandoneon, in una dimensione finora soltanto sfiorata. L’era del Tango, appunto.
Il libro è stato tradotto da M. Fernández
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